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Le Residenze di C.RE.A.RE. Campania 2025/2026
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RESIDENZE C.RE.A.RE. CAMPANIA 2025/2026

TEATRO AREA NORD – NAPOLI

 

 

BUCHERS

Residenza a cura di Gloria Dorliguzzo

Performer e autrice, Gloria Dorliguzzo si avvicina alla danza attraverso le arti marziali giapponesi, specializzandosi nell’arte della spada Hoky Ryu. La sua ricerca sul corpo è influenzata dall’incontro con Yoshito Ohno, Malù Airaldo, Adriana Borriello e Claudia Castellucci. Collabora con coreografi e registi internazionali come Nikos Lagousakos, Cindy Van Acker, Crysanthi Badeka, Ariella Vidach e Giselle Vienne. Dal 2018 lavora con Romeo Castellucci come performer e coreografa, curando le coreografie di Il Terzo Reich, Pavane für Prometheus (Beethoven Festival), Senza Titolo, Domani e MA Mystery11, realizzato per Elefsina 2023, Capitale della Cultura. La sua ricerca fonde plasticità e ritmo con una forte attenzione alle arti visive. Nel 2019 debutta come autrice con Folk Tales (Festival di Sant’Arcangelo). Il suo film Skin/Out vince il Barcelona FilmFest e l’Holland Cinedans come miglior film sperimentale. Nel 2023 presenta Dies Irae, concerto/spettacolo su musiche di Galina Ustvolskaya, attualmente in tour. Per il Festival Eutopia (Lucca) realizza l’installazione Nynphenproject, mentre Myein, con il sound/video artist Riccardo Santalucia, debutta al Reiefestival Bruges. Nel 2024 porta I Fumi della Fornace al Festival della Poesia e firma le coreografie di Norma al Maggio Fiorentino, con la regia di Andrea De Rosa. Si prepara a debuttare al Festival di Epidauro con Odyssey, diretto da Michael Marmarinos. Butchers nasce dalla scoperta della danza “Hasapikos”, che letteralmente significa danza dei macellai. L’Hasapikos è una danza che ha origine in Grecia nell’epoca antica che si spostò successivamente in Turchia e probabilmente in Macedonia, di cui ad oggi non esiste alcuna letteratura sulle sue origini, si sa solo che corporazioni di macellai in seguito a rituali e feste la danzavano. L’Hasapikos viene praticato ancora oggi e con il Sirtaky rappresentano le due principali danze di folklore del territorio. “Arrivando da questa scoperta ho pensato di riproporre la danza insegnandola ai macellai in modo di ritrovare un’origine e un senso a questo rituale. Con i macellai che incontrerò nelle residenze andremo a imparare i passi base dell’Hasapikos ricercando nuove connessioni spaziali, ritmiche e musicali più contemporanee. Parallelamente a queste lezioni, che prenderanno parte della pratica laboratoriale, andrò ad esplorare con i performer la gestualità propria del mestiere. Ciò che chiederò è di prestare massima attenzione durante le loro azioni sul lavoro in modo di essere più precisi possibile nel riprodurre la loro gestualità in un contesto di completa astrazione in cui non avranno coltelli, taglieri e nemmeno membra di carne da tagliare. È un lavoro sul gesto il mio, sulla raccolta di informazioni coreografiche che saranno proposte e rielaborate nello spazio.

 

  • ESSE

Residenza a cura di Rita Frongia con Angelica Bifano

Io, per esempio, lo so che quando sono nata mi avevano già cominciato: mia nonna aveva pronte decine di calzini per me e mio zio invecchiava una botte di vernaccia mentre ancora arrivavo. Non avevo tirato il primo pianto e avevo già vestiti e vino per far festa. E avevo un nome, innanzitutto, il nome di una donna morta anni prima sognando i figli dei figli. (Michela Murgia)

Il nome di Esse deriva da quello della sua bisnonna morta: Esserina. I suoi genitori non volevano chiamare la figlia con un diminutivo, farle cominciare l’esistenza con un segno meno; perciò, scelsero di chiamarla Esse (che rimane comunque un diminutivo di Esserina ma nessuno ci ha pensato). Comunque Esse è fortunata, fortunatissima, non esiste fortuna più grande della sua. Possiamo finalmente affermare, dopo la diagnosi ufficiale, che Esse è affetta da Remiehzla, ovvero, l’elica del suo DNA non è doppia ma quadrupla, come due scale a pioli affiancate è la sua spirale. L’anomalia genetica si configura in una sorta di ipertimesia che però non trova altri riscontri simili nella realtà, è un caso unico al mondo. Esse ricorda tutto, non dimentica nulla, dal primo respiro all’ultimo boccone, nulla dimentica, ogni insetto visto con la coda dell’occhio, ogni scortesia. La scienza dice è impossibile ma Esse ricorda persino l’atto della sua nascita, il passaggio stretto prima della caduta. Esse spesso non comprende dove finisca il proprio corpo e dove cominci il corpo degli avi, perché li contiene tutti, la sua prima volta si somma alle loro prime volte, ogni ricordo di chi l’ha preceduta è impresso in lei come esperienza vissuta. Tutto per Esse è memorabile, senza distinzione, una pipì dietro un’auto o una malattia invalidante per lei stanno sullo stesso piano. Ogni ricordo è come il sangue sulle mani di Lady Macbeth, non va più via; ogni ricordo, ogni memoria, ha una ricaduta sul suo corpo, sul suo battito, sul suo respiro. Esse è moltitudine, Esse è una folla. Esse è un grattacielo di destini. Con Angelica Bifano siamo entrate al Teatro Tan di Napoli per verificare la possibilità di una nuova esistenza, la giocabilità di un essere (Esse) che prima non c’era, una nuova creatura con un corpo che ogni cosa trattiene e trasforma. Per una settimana abbiamo interrogato lo spazio, il tempo, le parole a disposizione e il corpo che cerca di entrare in un respiro, in un ritmo. Abbiamo aperto uno spazio sulla scena che ci permette di arrivare dal sogno, di cadere in scena da un altro pianeta. Abbiamo trovato i tagli per ciò che è visibile a metà. Abbiamo intuito l’illusione, il gioco. Siamo entrate in teatro col tema del ricordo/memoria e siamo uscite col pensiero del riso e dell’oblio. Perché il comico è passato a trovarci, perché nuovamente l’esperienza ci ha detto che dimenticare, essere stranieri nella propria vita, è occasione di scoperta. Anche per Esse, che nel gioco delle parti, tutto ricorda. A Esse è consentito un azzurro placido oblio? O i suoi morti saranno sempre vivi sottoterra come per Elettra? Oppure, come per Macbeth, Esse non ha diritto all’oblio e non può dimenticare il dolore nel sonno. Come lavare le mani macchiate di sangue altrui?

 

  • ORO TINTO

A cura di Pino Carbone con Chiara Baffi

ORO TINTO è un affondo nelle parole di Enzo Moscato, un’esplorazione teatrale che rovista in una discarica di emozioni, parole, poesia e memoria. È un rito solitario ma universale, in cui la voce e il corpo dell’attrice si fanno filtro e detonatore di un linguaggio lirico e straccione, barocco e sanguinante. Lo stesso Moscato definì ORO TINTO un non testo. Di fatto non è mai stato pubblicato, rimanendo solo in forma spettacolo, che realizzò nel 2004, saccheggiando tra i suoi stessi scritti e ricavandone stralci, giochi, brandelli, capaci di smuovere diverse corde dell’animo. Un alternarsi di condivisioni e tradimenti che restituiscono un calmo tormento o una pace agitata. Continue immersioni e altrettante risalite, come se ci muovessimo e nuotassimo in un mare che da un lato è capace di spaventare e dall’altro sa dare conforto e senso di libertà. L’oro è tinto. È un falso, che però sa restituire la stessa lucentezza, lo stesso valore, la medesima dignità agli oggetti in questione, ovvero la fragilità dell’animo umano, la marginalità, la violenza dell’esistenza e il bisogno disperato di bellezza. Non è un imbroglio, ma un atto di resistenza. Lo spazio scenico è immaginato come un mondo sereno, rassicurante. Un luogo che accoglie e tradisce, generando attrito tra ciò che vediamo e ciò che ascoltiamo. Un’attrice è alla ricerca di qualcosa che la faccia immergere in un sogno che possa essere sollievo. Ci riesce, ma dura troppo poco, e allora è costretta a trovare un’altra strada, una nuova immersione, e poi ancora un’altra e ancora, per non arrendersi al reale. La ricerca è concreta e visibile, oltre che interiore. Fogli scritti, vecchie foto, libri, giocattoli, suoni registrati, oggetti apparentemente inutili, tutte possibilità da scartare o esplorare, mentre sullo sfondo la proiezione di un bambino che gioca. Un filmino privato, familiare, intimo, a cui lei sente di dover badare, rendendosi conto un po’ alla volta che forse è lei che si sta lasciando accudire da quella presenza. Un’immagine tenera e sospesa, che in alcuni momenti entra in risonanza con le parole, in altri le contraddice, generando una frizione emotiva tra innocenza e crudezza, tra memoria e abbandono. Un monologo fatto a pezzi, un dialogo tra ricordo, presente, e qualcosa ancora da scoprire. Le luci saranno una partitura narrativa. Un linguaggio fatto di vuoti e presenze, che accompagneranno l’attrice e guideranno lo spettatore attraverso le crepe del racconto, illuminando ciò che non viene detto. Lo spettacolo è una ricerca dentro la lingua-mondo di Moscato, un teatro della resistenza e della trasformazione, dove la parola si fa gesto, canto, esorcismo.

TEATRO DELLE ARTI – SALERNO

  • O SCURO – residenza trampolino della Bellini Teatro Factory

A cura di Antonio Basile

Bacoli, giorni nostri.

Matteo e Maria, giovane coppia alle prese con l’apertura di un albergo, si ritrovano in un vortice di violenza e vendetta. Carlo, un contadino del posto, vuole liberare la sua famiglia dai debiti e dalla disperazione e ritiene Matteo colpevole della sua condizione. Attuerà un piano crudele che vedrà come vittima proprio Maria, che nel frattempo è soggiogata da visioni sibilline di una sua discendenza stregata. In questo clima, Alfonso, amico di Matteo, tenta in tutti i modi di mediare tra Matteo e Carlo, ma proprio per colpa sua Maria perde la vita e Teresa – fidanzata di Carlo – finisce per dover essere esiliata fuori da Bacoli con un figlio in grembo.

Note di drammaturgia e regia

“‘U Scuro” è una drammaturgia per 5 personaggi (3 attori e 2 attrici) vincitrice del premio Miglior

testo in dialetto per Nuove Sensibilità 2.0 del Teatro Pubblico Campano nel 2024. Scritto tra il 2023 e il 2024, il testo è in prosa e in versi e si presenta come capitolo di una saga più lunga di drammaturgie dal titolo Bacoleide. Vuole essere una favola nera a tinte horror e noir, in cui la vita del piccolo borgo flegreo viene sconquassata dalla malvagità e dalla cattiveria di chi ritiene di avere più potere sulla vita altrui. In altre parole, ‘U Scuro vuole essere una storia che analizzi anche le dinamiche umane che oggigiorno viviamo, considerando che lì dove cala il buio e la luce della ragione si spegne, non può che esserci il male. D’altronde, come ha detto qualcun altro, “Il sonno della ragione genera mostri”. E questi mostri, nel mio immaginario, sono proprio gli abitanti di Bacoli, che diventano qui abitanti di un mondo corrotto e al buio, appunto, fermi ai loro interessi e alle vendette di sangue, diatribe vecchie come è vecchio il mondo e che non sembrano potersi risolvere. Nella stesura della drammaturgia ho cercato di attingere da autori che hanno sempre in qualche modo tracciato il mio percorso di scrittura e, più in generale, di creazione: Pinter, Reza, ma anche Jon Fosse, Mimmo Borrelli (d’altronde il luogo flegreo in cui ci muoviamo è lo stesso), Art Spiegelman (la graphic novel Maus), Gulliermo del Toro e Quentin Tarantino, Todd Philips (per Joker). Questi ultimi nomi appartengono al settore dell’audiovisivo non a caso, poiché nelle mie fonti sentivo la necessità di dover integrare una visione che potesse prendere spunto non solo dal teatro, ma anche dagli altri settori artistici. Inizialmente poi, scherzando, dicevo che il mio intento era quello di iniziare con una scena di Eduardiana memoria, per poi finire con una situazione a-la Hateful Height, nella ricerca prima drammaturgia e poi registica di un teatro grottesco. Ancora, sia registicamente che drammaturgicamente fa sempre da faro quanto scritto da Milo Rau nel suo Manifesto dell’NTGent. Anche se il lavoro non rispetta tutti i 10 punti del manifesto, quelle parole restano preziose per il mio percorso artistico. Un apporto importante in fase di creazione mi è stato dato poi dalle musiche: Hildur Guonadottir, Johann Johannsson, Hans Zimmer. La mia volontà era quella di raccontare un paese, Bacoli, e un popolo spesso pietrificato e incarcerato in sé stesso, nei propri modi di ragionare e agire, nel misterioso umorismo crudele e tagliente, nell’aggressività e nella capacità di obliare i peggiori peccati. Nello scrivere la drammaturgia, infatti, ho attinto a frasi realmente pronunciate, frasi che parlano della famiglia come sangue, della vendetta come missione, dell’impossibilità del cambiamento, ma anche frasi che sono in realtà battute crudeli e taglienti, frutto di un umorismo oscuro e ancestrale. Il testo è poi scritto per la maggior parte in prosa, ma ha alcuni momenti in versi. La funzione del verso è quella di manifestare l’anima dei personaggi, nel momento in cui il grottesco della messa in scena si mischia con l’onirico della parola. Registicamente, l’obiettivo che mi sono prefissato è stato quello di lavorare a stretto contatto con gli attori per ricercare la poetica e l’anima dei personaggi, per amalgamare un gruppo che potesse parlare una sola lingua, alla ricerca di un teatro grottesco, partendo dalla costruzione dei corpi e del loro modo di danzare in scena, delle voci, dell’emotività di ogni personaggio; soprattutto, per garantire l’incontro tra i personaggi da me scritti, la mia idea di regia e l’essere artista e creatore di ogni componente del gruppo.

LA VEGLIA

Residenza a cura di Rosario Palazzolo con Sergio Del Prete

La veglia è la terza parte di una trilogia dal titolo Santa Samantha Vs – sciagura in tre mosse, una narrazione seriale che racconta di una giovane donna incoronata madonna in terra, obbligata a dispensare miracoli perché possiede dei doni incontestabili, dice, la gente, e ciò che dice la gente diviene l’unica verità, e del resto la verità è qualcosa che intendiamo scovare, sempre, qualcosa che ci pare d’aver trovato, qualcosa che desideriamo dimostrare, e nel farlo – mentre lo facciamo – annotiamo presupposti inamovibili, ci beiamo delle certezze acquisite, e raramente ci rendiamo conto che costruiamo solo avamposti fragilissimi fra ciò che è e ciò che crediamo sia, e così in questa storia che ne contiene tre, e se nelle prime due – Lo zompo e Mari/age –  un pensiero dinamico, possibilista, un pensiero quasi denaturato dal mio pensiero affinché ci fosse almeno un altro pensiero su cui ragionare, ne La veglia ho invece preteso un me originario, nitido, e così ho raccattato i temi principali di questi ultimi anni e me li sono fatti deflagrare sotto al naso, costringendomi a osservarne i detriti, obbligandomi a un approfondimento definitivo, parabolico, estenuante e bellissimo, e innanzitutto ho concepito una nuova lingua, una lingua carica di neologismi, solecismi, deformazioni ritmiche, e una lingua spuria, anche, e ragionatissima, scaturita dal silenzio, masticata dalla rabbia, perentoria e marginale, e anche superfalsa, che facesse del disagio per il neoreale una prodigiosa contingenza della realtà, e per una lingua così occorreva una donna così, Carmela, una mostruosità palese, un rebus privo di risoluzione, un’iperbole, lanciata verso il ridicolo, un ultrasuono del gusto, un rischio per ciascun centimetro di testo, perché ciò che davvero racconta. La veglia è la nostra credulità, il nostro naso sempre all’aria, alla ricerca di un nuovo fallimento, ovviamente altrui, e in mondovisione per giunta, affinché ci sia sempre qualcuno a cui sussurrare Guarda, e piangi insieme a me, e in effetti ciò di cui andiamo alla disperata ricerca, quello che più agogniamo, è una specie di alter ego mediocre, a cui facciamo vivere le nostre peripezie, col patto che ci lasci tutta la meraviglia. La veglia è uno spettacolo sullo spettacolo dello spettacolo, quello mediatico, che ci ha resi tutti spettatori, persino di noi stessi.

 

TEATRO CIVICO 14 – CASERTA

SBUCCI

Residenza a cura della Compagnia GLI OMINI

Il progetto SBUCCI nasce come un’indagine teatrale sul tema dello “strato”: ciò che si mostra e ciò che si nasconde nelle persone, nei luoghi e nelle storie quotidiane. Il lavoro si sviluppa a partire da una pratica tipica della compagnia, basata sull’osservazione della realtà, sulla raccolta di testimonianze e sull’elaborazione drammaturgica di materiali autobiografici e documentari. L’obiettivo artistico è quello di costruire una narrazione stratificata che metta in luce fragilità, contraddizioni e desideri nascosti dell’individuo contemporaneo, attraverso una scrittura scenica essenziale e fortemente ancorata alla presenza attorale. Correre, cadere, piangere, rialzarsi e continuare a giocare. Crescere. Gli sbucci sono le prime prove dei nostri limiti, il primo indizio del pericolo che sta dietro ogni azione, il segno del rischio, l’invito più o meno efficace alla prudenza. Ognuno di noi reagisce alle ferite come può. Ascoltare i bambini di oggi ci aiuta a ricordare da cosa siamo partiti per diventare quello che siamo, ci permette di guardarci da fuori e con disincanto, per capire come ci stiamo comportando. Dopo anni di indagini antropologiche condotte in tutta Italia alla ricerca dell’uomo qualunque, la ricerca degli Omini sposta la lente d’ingrandimento sui bambini. Cosa e come pensano, quanto riescono a dire, come stanno, che rapporto hanno con gli adulti, come immaginano il futuro. Paure, slanci, fantasie, sogni. Bugie e verità. Prospettive, ricordi e sbucci. Voler diventare grandi o restare piccoli. Per imparare il libero pensiero e la libera associazione di idee. Per restituire una visione dal basso del nostro essere adulti. Perché sarebbe stato bello non crescere mai. Sbucci è un gioco per togliere la scorza e andare sotto la superficie, ma anche un tentativo di affrontare tutte quelle piccole ferite che giorno dopo giorno ci fanno diventare grandi. Perché un ginocchio sbucciato, si sa, è solo il primo passo verso la consapevolezza, la prima reazione alla sconfitta, solo la prima di una lunga serie di cadute.

L’AVARO

Residenza artistica a cura di Chiara Vitiello e Francesco Nappi

Il progetto nasce come un adattamento originale del celebre testo di Molière, con l’obiettivo di restituirne i temi universali – l’avidità, la paura della perdita, la disgregazione dei legami affettivi – attraverso un linguaggio scenico essenziale e contemporaneo. La riscrittura drammaturgica si concentra non soltanto sulla figura di Arpagone, ma sul sistema di relazioni che egli genera: un mondo dominato dalla diffidenza, dall’assenza d’amore e dalla necessità di sopravvivere attraverso la finzione. Durante la residenza, il lavoro si è focalizzato in primo luogo sull’analisi del testo e sulla definizione della partitura attorale. Le giornate si sono aperte con momenti di training fisico e vocale, necessari a consolidare l’ascolto reciproco tra gli interpreti e a costruire una qualità di presenza scenica coerente con la poetica dello spettacolo, basata su un equilibrio tra dimensione comica e tensione tragica. Una parte rilevante del percorso è stata dedicata allo studio del ritmo e delle dinamiche relazionali tra i personaggi. L’indagine si è concentrata sul progressivo slittamento tra verità e finzione che attraversa l’opera: i personaggi, per sottrarsi al controllo del protagonista, si trasformano in attori all’interno della storia, costruendo una rete di menzogne necessarie alla propria sopravvivenza. Tale dimensione metateatrale è stata approfondita attraverso esercizi di improvvisazione e prove di variazione interpretativa, al fine di rendere evidente sulla scena il passaggio dalla spontaneità alla simulazione. Parallelamente, il lavoro ha riguardato la definizione dello spazio scenico e dell’impianto visivo. In linea con l’estetica produttiva della compagnia, si è scelto un allestimento agile ed essenziale, caratterizzato da pochi elementi scenici polifunzionali, capaci di trasformarsi e di suggerire diversi ambienti senza ricorrere a soluzioni realistiche. Questo approccio ha permesso di concentrare l’attenzione sul lavoro attorale e sul valore simbolico degli oggetti, intesi come estensioni emotive e drammaturgiche dei personaggi. Nella fase finale della residenza, il lavoro si è orientato verso la costruzione del ritmo complessivo dello spettacolo, attraverso filaggi parziali e completi. Particolare attenzione è stata posta alla definizione delle atmosfere e alla progettazione del disegno luci, elemento fondamentale per sostenere la progressiva trasformazione emotiva della vicenda e per accompagnare il passaggio da una dimensione inizialmente realistica a una sempre più astratta e rarefatta. La residenza ha rappresentato un momento determinante per il consolidamento del progetto, consentendo alla compagnia di completare una fase significativa del processo creativo, affinare le scelte interpretative e definire con maggiore precisione l’identità scenica dello spettacolo. Il periodo di lavoro ha inoltre favorito un confronto costante tra artisti e spazio di residenza, contribuendo alla maturazione del linguaggio espressivo

 

BORDERLINE DANZA

  • “The Soul of the Gesture: The Transparent Body”

Residenza a cura di Miki Matsuse

Un progetto di residenza dedicato all’equilibrio tra forma e intenzione. Sotto la guida di Miki Matsuse, i danzatori esplorano la geometria del gesto e la densità dell’aria. Il lavoro si concentra sulla sospensione e sul controllo dinamico, cercando quella bellezza necessaria che ha reso celebri le sue performance. La residenza non è solo studio coreografico, ma un’indagine profonda su come il corpo possa abitare il dramma e la gioia attraverso una disciplina quasi sacrale.

  • “ANABASIS”

Residenza a cura di Mara Noto e Rita Esposito

Anabasis è un viaggio verticale, un’indagine coreografica sulla risalita come necessità dell’anima. In questo brano, Mara Noto e Rita Esposito esplorano il corpo come territorio di transizione: un cammino che parte dalla densità della terra per tendere alla rarefazione dell’alto. Attraverso una partitura di movimenti serrati e sospensioni improvvise, le due autrici mettono in scena la fatica e la bellezza dell’elevazione, trasformando il gesto in un atto di superamento dei propri confini. Non è solo un percorso nello spazio, ma un ritorno verso una consapevolezza più luminosa, dove il respiro si fa ritmo e la danza diventa il motore di un’inarrestabile ascesa.

  • “What if”

Residenza a cura di Alessandro Esposito

What if è un’indagine coreografica che abita la soglia, il luogo fluido dove le definizioni di genere si sfaldano per lasciare spazio all’identità nuda. Alessandro Esposito esplora il corpo non come dato biologico, ma come campo di possibilità infinite: cosa succederebbe se scardinassimo le strutture predefinite che ci abitano? Attraverso una danza che oscilla tra forza e vulnerabilità, il progetto interroga i confini tra maschile e femminile, tra percezione sociale e verità intima. Il corpo diventa così un territorio di negoziazione e di libertà, capace di riscrivere la propria grammatica oltre gli stereotipi. What if non cerca risposte definitive, ma celebra il dubbio come atto creativo, trasformando la scena in uno spazio dove ogni corpo è libero di divenire, semplicemente, sé stesso.

 

Pubblicato il 27 Febbraio 2026, da C.Re.Ar.Re